MISSIONARIO PER CHE COSA? 

p. Carlo Torriani PIME

Un anno fa Mondo e Missione pubblicò una mia lettera circolare sul problema delle conversioni in India. Era uno scritto personale, sia nel contenuto – raccontavo casi capitati a me, sia nella destinazione – era una lettera per i miei amici, non scritta per essere pubblicata. Confessavo di non aver mai convertito nessuno, nel senso di far cambiare religione, ma mi sembrava di aver provocato “un cambiamento di cuore”.

Un lettore scrisse al direttore, chiedendo: “Se un missionario non converte che missionario è?”

Io stesso mi ero fatto questa domanda, 40 anni fa, prima ancora di partire per l’India, in seguito alla lettura degli scritti del Mahatma Gandhi, in particolare un libretto di C. Drevet dal titolo : “ Gandhi interpella i cristiani” (Cittadella Editrice, 1968). Egli diceva che il missionario deve essere come una rosa che non parla, ma sparge il suo profumo.

Ad un amica cristiana scriveva: “Io non desidero allontanarvi dal vostro omaggio esclusivo a Gesù, desidero soltanto che impariate a capire e ad apprezzare una convinzione diversa dalla vostra”.

Sull’immaginetta-ricordo della mia partenza per l’India, nel 1969, scrissi proprio una frase di Gandhi: “Io non cerco di dare ad un altro la mia religione, ma di permettergli di vedere Dio attraverso me”.

Gandhi mi è stato di aiuto, ma la mia ispirazione missionaria dovevo trovarla nella Bibbia.

Nello stesso mandato di Gesù alla fine dei quattro vangeli o nel discorso missionario di Matteo 10, si legge: “Guarite i malati, sanate i lebbrosi”. Questo è quello che ho fatto, tutti i giorni: più di 15000 lebbrosi abbiamo guarito con la Lok Seva Sangam.

Ma leggendo le Scritture ho trovato altre ispirazioni circa  che cosa il missionario può fare.

L’ideale finale del lavoro missionario nel mondo ci è descritto da Efesini 1:10:”Così Dio conduce la storia al suo compimento: riunisce tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra, sotto un unico capo: Cristo. E anche noi abbiamo avuto la nostra parte nel suo progetto”. Il nostro compito quindi è di riunire. Noi andiamo in giro per il mondo per realizzare questo piano grandioso di Dio: riunire gli uomini, le nazioni, le religioni, le culture, i popoli. Riunire non vuol dire appiattire, uniformare, conquistare. Mettere assieme tutte le diversità senza sopprimerle ma armonizzandole come i colori differenti nell’arcobaleno.

Un altro passo molto significativo della Scrittura per me è II Cor 5:19: “Così Dio ha riconciliato il mondo con sé per mezzo di Cristo: perdona agli uomini i loro peccati e ha affidato a noi l’annuncio della riconciliazione”. La riconciliazione è già avvenuta in Cristo, noi dobbiamo crederci, annunziarla e realizzarla. Dobbiamo riconciliare i capi religiosi.

Ma la motivazione più bella, più sicura e più inalienabile dell’essere missionario ci ha data dalla Prima lettera di Giovanni 1:1-4. “La Parola che dà la vita esisteva fin da principio: noi l’abbiamo udita, l’abbiamo vista con i nostri occhi, l’abbiamo contemplata, l’abbiamo toccata con le nostre mani. (…) Siamo i suoi testimoni e perciò ve ne parliamo. (…) Vi scriviamo tutto questo perché la nostra gioia sia perfetta”. Uno si aspetterebbe di leggere: vi scriviamo perché la vostra gioia sia perfetta. Senza dubbio uno  parla e scrive perché gli altri capiscono e gioiscano, ma anche se questo non avvenisse o non fossimo capaci di percepirlo, non importa; noi lo facciamo per avere noi una gioia perfetta. E questo è sempre possibile ed inalienabile.

Comunque mi piace terminare con l’esortazione che ci ha fatto Papa Benedetto XVI quando ci ha rivolto un saluto all’udienza dopo la nostra assemblea generale dello scorso maggio. Egli ci ha esortati ad essere “sempre più segni eloquenti dell’amore di Dio e missionari della sua pace”.

Il compito del missionario non è di conquistare, di cambiare i nomi delle persone, di cambiare affiliazione, di far cambiare riti religiosi, di proporre nuovi sistemi filosofici o nuovi stili di vita; non è neppure quello di battezzare (“Cristo non mi ha mandato a battezzare” I Cor 1:7) ma quello ri riconciliare l’umanità con Dio, l’uomo col creato e gli esseri umani tra loro. Riconciliazione richiede conversione vicendevole. La nostra conversione deve precedere quella degli altri.